In Italia, si sa, le cose funzionano al contrario rispetto al resto del mondo. Anzi, si sa, che non funzionano per niente. Il rischio più grande è quello di aggravare sempre più il divario (già epocale) che ci divide dalle altre nazioni europee.

Ho letto con grande disappunto la notizia sul sito del Corriere della Sera (questa), che il prefetto di Treviso, tale Vittorio Capocelli, ha acconsentito l’utilizzo del burqa purché una persona “si sottoponga all’identificazione e alla rimozione del velo” (se richiesto?), nonostante una legge italiana (L. 152/1975, art. 5) proibisca espressamente di “prendere parte a pubbliche manifestazioni, svolgentisi in luogo pubblico o aperto al pubblico, facendo uso di caschi protettivi o con il volto in tutto o in parte coperto mediante l’impiego di qualunque mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona.”

Non è giusto. Ancora una volta non capisco perché se un italiano qualunque si trasferisce in un altro paese deve sottostare (giustamente) alle regole/leggi che guidano il paese che lo ospita e, invece, un extracomunitario qualunque pretende di far cambiare le leggi italiane a proprio uso e consumo.

Chiaro che la tolleranza è d’obbligo, così come il rispetto della religione altrui, ma questi valori devono necessariamente essere bilaterali. Non è questione di razzismo. E’ questione di identità: noi abbiamo una storia, una cultura e un’etica religiosa nostre. Questi sono aspetti da difendere ad ogni costo. Perché siamo Italiani e, che piaccia o no, in Italia si deve vivere da Italiani.